FALSTAFF-L’arte di farla franca

5 . 17 maggio

Forse Falstaff è questo: un uomo che ha sbagliato tutto, ma lo ha fatto vivendo. E in un mondo che spesso sopravvive soltanto, forse è già una colpa sufficiente. O forse, segretamente, è una forma di libertà.

FALSTAFF-L'arte di farla franca

Sinossi

Falstaff – L’arte di farla franca è una riscrittura contemporanea liberamente tratta da Le allegre comari di Windsor di William Shakespeare e dal Don Giovanni di Molière, due grandi archetipi teatrali che qui si fondono in un’unica figura: quella dell’uomo che vive di parola, seduzione e menzogna, convinto di poter sfuggire per sempre alle conseguenze delle proprie azioni. Sir John Falstaff è un affabulatore instancabile, un seduttore fuori tempo massimo, un debitore cronico che ha trasformato l’inganno in stile di vita. Gestore di un locale sull’orlo del fallimento, Falstaff attraversa il mondo con la stessa arroganza vitale del Don Giovanni molièriano e la vitalità sfrontata del personaggio shakespeariano: ride della morale, dell’onore, del destino e perfino della morte, confidando nella propria capacità di “farla franca”. Attorno a lui si muove una galleria di personaggi grotteschi e realistici insieme: servi complici e traditori, creditori manipolabili, mariti ossessionati dal possesso, e soprattutto due donne, Margaret e Alice, che incarnano l’intelligenza e la lucidità delle Comari di Shakespeare. Saranno proprio loro, come nelle Allegre comari di Windsor, a smascherare Falstaff, usando l’arma più temibile contro chi vive di vanità: il ridicolo. Come il Don Giovanni di Molière, Falstaff gioca su più tavoli contemporaneamente, intrecciando seduzioni, affari e menzogne, finché il passato non torna a reclamare il conto sotto forma di fantasmi, presagi e figure che sembrano emergere dall’aldilà. La commedia si tinge allora di ombre più profonde: dietro la risata affiora la paura, dietro la spavalderia la solitudine. Tra comicità feroce e improvvise aperture poetiche, Falstaff – L’arte di farla franca racconta la parabola di un uomo che ha sfidato la vita come un gioco, fino a scoprire che l’unica posta che non può essere vinta è il tempo. Una commedia sul potere della parola, sull’inganno come linguaggio del mondo e sull’illusione, tipicamente umana, di poter vivere senza mai pagare il prezzo delle proprie scelte.

Note di regia 

Falstaff mi accompagna da tempo. Non come personaggio, ma come presenza. È uno di quelli che non bussano: entrano. Entra nella tua testa, si siede, beve, parla troppo e alla fine ti accorgi che, mentre ridevi di lui, stava parlando anche di te. Questo spettacolo nasce dall’incontro tra due figure enormi e apparentemente: il Falstaff shakespeariano delle Allegre comari di Windsor e il Don Giovanni di Molière. Due uomini che usano la parola come arma, che seducono, mentono, sfidano l’ordine morale e religioso del mondo, convinti che l’intelligenza e il carisma bastino a salvarli sempre. Mi interessava metterli uno dentro l’altro, fonderli, farli collidere fino a far emergere un uomo solo: stanco, disperatamente vitale, comico e tragico insieme. Il mio Falstaff è un uomo che combatte la morte restando in movimento. Beve, parla, corre, inganna, seduce perché fermarsi significherebbe ascoltare il silenzio. E nel silenzio, Falstaff, non sa stare. Tutto nello spettacolo nasce da questa urgenza: non fermarsi mai. Abbiamo immaginato lo spazio scenico come un luogo instabile, circolare, esposto. Un palco che non concede rifugi, dove tutto è visibile, come se Falstaff fosse sempre sotto processo e allo stesso tempo sempre in scena. Gli specchi, le luci da ribalta, i camerini non sono semplici elementi scenografici: sono la sua mente, il suo eterno backstage, il luogo dove l’uomo e il personaggio non riescono più a distinguersi. La parola è il vero motore di questo lavoro. Una parola che seduce, che ferisce, che salva e che condanna. Falstaff non ha spade, non ha denaro, non ha potere reale: ha la lingua. E con quella lingua costruisce mondi, li distrugge, si difende da tutto, perfino da Dio. Ma la parola, quando diventa l’unica arma, è anche una trappola: più la usi, più ti allontani dalla verità. Le donne di questo spettacolo sono centrali. Non vittime, non comparse, ma intelligenze lucide. Come nelle Comari di Shakespeare, sono loro a smascherare Falstaff, ma senza moralismo. Non lo puniscono per crudeltà, bensì per necessità: per ristabilire un equilibrio. Il ridicolo diventa la loro vendetta, perché ridere di chi ride degli altri è l’unico modo per restituire giustizia senza violenza. Falstaff fa ridere, ma la sua risata è sempre sul punto di incrinarsi. Sotto la commedia c’è la paura. La paura del tempo che passa, della solitudine, del conto che prima o poi arriva. Il fantasma, la statua, la memoria del passato non sono elementi fantastici: sono la coscienza che bussa. E Falstaff, per una volta, ascolta. Questo spettacolo non vuole giudicare Falstaff. Non mi interessa dire se ha torto o ragione. Mi interessa guardarlo mentre cade, e vedere se, nella caduta, c’è ancora qualcosa di umano da salvare. Forse Falstaff è questo: un uomo che ha sbagliato tutto, ma lo ha fatto vivendo. E in un mondo che spesso sopravvive soltanto, forse è già una colpa sufficiente. O forse, segretamente, è una forma di libertà.

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